La cosa migliore per Il treno per Darjeeling è attaccarsi, mani dita e unghie a quel The Royal Tenenbaum che ha mietuto (giustamente e in maniera più che altro ovvia) vittime tanto da divenire un punto di riferimento più in senso evocatorio che in senso stilistico.
Non dimenticarlo, attaccarcisi come un koala.
In materia tecnica, nessuno, sottolineo nessuno ha cercato di fare proprio, o azzardarsi ad abbozzare lo stile di Wes Anderson. E quando è così, quando nessuno prova minimamente a giocare sul tuo campo, al paese mio vuol dire che beh, quello che sei riuscito a fare in questi tre film è quanto di più difficile da riprogrammare e decodificare. Roba da grandi, insomma. Il treno per Darjeeling ha partita vinta dove la avevano il precedente Tenenbaum e il gioiellino Steve Zissou, i personaggi di Anderson diventano Personaggi con la P dopo neanche un quarto d'ora, delineati nei tic quanto nelle loro sfaccettature, negli sguardi e stabiliscono fin da subito una coerenza di linguaggio e azioni su cui sceneggiatura e macchina gioca dall'inizio alla fine.
Tema centrale la famiglia ed eventuali ricongiungimenti per l'ennesima volta, più come momento Karmico, risolutorio, chiave di volta che come momento di raccoglimento e memoria.
Come nel viaggio in treno, Anderson si accomoda dietro la macchina, si innamora di carrellate (e ne fa una da capogiro nel finale in cui fa diventare il cinema quadri da esposizione) e diventa egli stesso spettatore, senza particolari acrobazie, senza gettare fumo negli occhi, senza questa volta ricorrere a personaggi femminili da far girare la testa anche nei loro silenzi (perdonate ma per me la Portman ha caratura parti a un barattolo di ceci vuoto, ormai è un birignao di sopracciglia e poco altro); se la gioca tutta all'interno delle dinamiche tra Schwartzman (che sembra essersi scritto la parte addosso, e infatti è così dato che è una delle sei mani che hanno scritto il film con Anderson stesso e Roman Coppola), Owen Wilson che fa Owen Wilson e Adrien Brody (che a trovargli un difetto è un po' il personaggio più debole della catena, ma che esce nitidamente da La sicurezza degli oggetti di A.M. Homes, quindi lo si apprezza).
Il tema del viaggio poi ricorrente ed evocativo nel cinema più di allora che di oggi, qui in particolar modo, perchè viaggio in India, a cui quindi va ad aggiungersi una faccia di spiritualismo accennata e tagliata addosso su misura da qualcun altro che ne sa di più, un incontro in terra straniera che "Deve funzionare" che allo stesso tempo lo legittima e lo delegittima come l'utilità di uno specchietto per le allodole.
Anderson sa che non cambierà niente, sa che i suoi viaggi, le sue liti da condominio e le sue avventure non sono autentiche chiavi di volta, sono pieghe di tempo che qualcuno decide di vivere in maniera differente e in cui dire cose. Che poi siano "cose" rivelatorie, accessorie o effettivamente fondamentali per andare avanti è un altro conto. C'è il viaggio, "cose da dire" e delle valigie da lasciare indietro, metafora un po' debole ma alla fine non è che accompagnassimo anche noi in viaggio abili pensatori del 900, e quindi anche qui va bene così e poi volete mettere quanto sia davvero conclusiva ed eloquente quell scena lì; quando la vedrete poi mi dite. Rimane come Anderson si confermi come l'unico regista di film che in soldoni parlino di nulla ma che sembra possano cambiare la vita, e che come in fondo il treno per Darjeeling lascino quel sapore dolce da mandorle caramellate in bocca. Una sensazione di grandissimo cinema e di un linguaggio veramente nuovo e imparagonabile con nulla ma che ha la chiave di volta non solo in chi lo predispone ma in chi lo vive, lo ascolta e ci viaggia su. Anderson, sostanzialmente è uno di noi che fa cinema, certo più talentuoso, certo, nessuno di noi probabilmente arriverebbe ad immaginare limonate dolci o spray al pepe ma nel nostro piccolo anche noi se avessimo sospeso il tempo, nel migliore dei nostri sogni lo avremmo sospeso così.
Magari avremmo portato meno valigie. Ecco questo sì.

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