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Wednesday, May 21
Una volta si scratchava sui 1200 della Technics..

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| JunkiePop | at 7:54 AM | Permalink | 0 comments
Tuesday, May 20
The gentle art of shoegazing
Lo scenario di una domenica sera al Traffic di Roma era del tipo: andiamo sul tipo tardi, tanto ci sarà poca gente e poi oh, alla fine i Gregor Samsa mica sono gli Stooges. Arriviamo e c'è gente, già un bel po'.
Il fatto è che la gente fondamentalmente è arrivata da prima, da presto e quando arriva così, presto, vuol dire che è lì per il gruppo spalla anche, i Sea Dweller. Oh qui è il caso di dire chiedo perdono, chiedo venia della mia vita sociale pari a zero e di averli lisciati già di spalla agli Asobi Seksu perchè i Sea Dweller, oggi, sono lo shoegaze qui in Italia. In questo una vera rivelazione
Non uno dei gruppi che fa finta
Concreti e preparatissimi, notevolmente intelligenti nel miscelare le arie dei My Bloody Valentine a quelle del post punk (a brevi tratti) o del dream pop, una mezz'ora abbondante di set quadratissimo, vario, gente che ha sfondato i dischi che ha ascoltato fino a farli propri, ritornelli catchy, sensibilità shoegaze che penetra. Quando c'è sostanza c'è tutto, e i Sea Dweller sono questo, tanta tantissima sostanza.
Sea Dweller, scrivetevelo cazzo, e se avete tempo utile andate sul myspace, poi se è mi mandate a fare in culo.
Poi oh se siete abituati alla fuffa problema vostro.

Dopo di loro i Gregor Samsa. Ci sarebbe da fare un minimo di premessa: il palco del Traffic è tre metri e mezzo circa di larghezza, e i Gregor Samsa erano sette. Non quattro. Sette. In più c'è da aggiungere che i sette si muovono come fossero un'orchestra da camera, una voce femminile seduta alla sinistra del palco, il cantante centrale con chitarra o tastiera, poi uno xilofono, un clarinetto, un basso, una batteria, un violino.
Facevano un passo di più e si strangolavano tipo Fantozzi in barca con Filini.
Il loro concerto è stato un tuffo al cuore, l'esatto compendio sonoro all'apertura dei Sea Dweller (raro vedere un concerto così bilanciato a mia memoria), i Gregor Samsa partendo dai brani dell'ultimo, splendido, Rest hanno coinvolto da subito nella loro spirale fatta di suoni pendenti tra Godspeed You, Black Emperor, Mogwai, e scorci di Slowdive (ma piccoli).
A tratti toccante, a tratti sembrava voler dare fuoco all'aria intorno (già poca perchè il locale era pieno). Teste basse e poche parole. Una scaletta piena di sorprese inoltre tra cui anche i due splendidi brani contenuti nello split con gli altri alfieri del genere Red Sparowes, in cui da un inizio tranquillo, quasi dalle atmosfere metafisiche ci si è trovati a ragionare in ritmiche quasi rock, ritmi tribali e compulsivi e loop alienanti.
La cosa migliore che potessi vedere in quel momento e a quell'ora, del resto il disco è una gemma, vederlo confermato live è solo la dimostrazione che ad oggi, nel genere ci si può aspettare pochissimo di meglio. Dicevo, una sera di domenica al Traffic, e neanche quando esci guardi l'ora sapendo che la sveglia è pochissime ore dopo e si va a lavoro.
Il punto in cui ci si guarda le scarpe appena messe, per inciso, oggi è stato diverso. Davvero

Sea Dweller - Every inch (Mp3)

 
| JunkiePop | at 8:00 AM | Permalink | 3 comments
Monday, May 19
Robert Smith e il numero 13
Un po' in declino lo è, magari certe scelte non sono state, come dire "issime" ma Robert Smith è indubbiamente una persona poco superstiziosa.
Il suo stato di calma apparente nell'avvicinarsi al 13-o lavoro della premiata ditta Cure sarà infatti un disco doppio, con parti provenienti direttamente da provini anni 80 e seguito del deludentissimo (io lo definirei orrendo ma tant'è) disco omonimo prodotto da Ross Robinson ('na roba brutta vi assicuro).
Non bastasse questo, per la superstizione Smith ha deciso di fare uscire a partire dal 13 di maggio, il 13 di ogni mese seguente, i 4 singoli che anticiperanno l'uscita del disco che a questo punto, sarà un po' un compendio della storia Cure, un po' The Last Waltz, non un addio ma insomma, se ci aspetta qualcosa di buono e definitivo o ora o mai più.
Il singolo di per sè è un classico singolo Cure periodo Wish (diciamo che nello specifico ricorda parecchio High), un po' campanellini e giovialità per i toni dark che meglio gli si addicono però quantomeno gioca in pareggio.
Che di questi tempi non è una parola bellissima.
Pareggio, dico.

The Cure - The only one (Mp3)

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| JunkiePop | at 1:22 AM | Permalink | 0 comments
Friday, May 16
un film sui muri
Che succede se si uniscono in maniera superba: Graffiti, muri e stop motion e se ne fa un corto. Sì un corto, con i disegni sui muri.
La prima volta che l'ho guardato sono rimasto a bocca aperta, come un pesce rosso.
La seconda anche, la terza idem.
La quarta..

Qui il sito dell'autore, Blu, stile molto Gondryano


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| JunkiePop | at 8:03 AM | Permalink | 2 comments
Thursday, May 15
fatti una domanda, datti una risposta
Leggevo ieri sul blog di Emiliano questo, in poche parole (se non siete di quelli che cliccano i link) un'auto intervista come si fa su Pitchfork, insomma roba così per perdere tempo e dargli nessun significato.
La scusa è: ogni tanto un blog deve essere egocentrico, altrimenti potreste anche pensare che sia un bot che stia scrivendo, o no?

>> Canzoni preferite dello scorso anno

Amy Winehouse - Love is a losing game
sceglierei una a caso di Back in black ma è quella che ho davvero se si potesse consumare un iPod, ora che ho il vinile mi ci sono messo su ma rimane pur sempre un'impresa.

Wilco - Impossible Germany
La fetentata vera è quell'intro che ti piacerebbe sentire e risentire e risentire ancora, è stato uno dei momenti più belli e del loro live e del loro disco, per un po' ne sono stato assuefatto

Radiohead - All I need
E' partita in sordina, come tutto il disco, su disco poi è più bello smaniarci su perchè c'è il gesto di rimettere la puntina indietro, certe cose sono empatiche.

>> Vecchie canzoni preferite in questo momento

Built to spill - I would hurt a fly
e non ci sono tanti motivi particolari, forse il ricordo di sentirla rimbombare in una casa quasi vuota me l'ha fatta ascoltare davvero, da lì ne ho capito il senso

Beatles - Rocky Racoon
Ma lo è (preferita) da almeno 25 anni

The temptations - Ain't too proud to beg
E ci faccio pure il balletto stile Motown con le braccia che fanno il movimento da sci

>> Nuovo gruppo preferito:

Cat Claws, indubbiamente. Il mondo è bello perchè è vario eh, però sono due le frasi per cui divento fortemente discriminatorio: una è "mi piace Sex and the city", l'altra è "a me i Cat Claws non piacciono". Sullo stesso piano.

>> Canzone preferita di sempre

Love me tender. Oh the king, ho iniziato tutto con lui

>> Miglior concerto visto di recente

PJ Harvey ne porto ancora le stimmate sulla mano, guarda (apre il palmo della mano)

>> Ultimo bel film visto

Al cinema Il treno per Darjeeling, sul portatile El Orfanato

>> Ultimo bel libro letto

Franny e Zooey di Salinger, un recupero. Di nuovi Motel life di Vlautin è stata una sorpresa

>> Accrocchio musicale preferito

Smanetto gli effetti sullo Hughes and Kettner e distorco (si dice così?) qualsiasi suono che provenga dalle mie due chitarre

>> Negozio di dischi preferito

A Roma Radiation a Torino Les Hyper Sound

>> Miglior acquisto dello scorso anno

Il Cloverfield dei Radiohead (i.e. il cofanetto di In Rainbows)

>> Miglior cosa combinata quest'anno

Un paio su tutte: Walk this way e Spoilerin (che non linko) più un libro che ho iniziato a scrivere 4 mesi fa, ma meno ne parlo più vado avanti e magari lo finisco anche

>> Locale preferito

Non faccio parecchia vita sociale. Direi il Circolo degli Artisti però a questo punto andiamo sulla frequenza.

>> Show televisivo preferito al momento

Tra i serial tv Battlestar Galactica e ovvio, Lost.

>> Videogioco preferito al momento

Non gioco da un po' rimango però su Civilization e Nba 2k8

>> Programma radio preferito

Perchè, esistono altri programmi oltre Walk this way in giro e con guest migliori?

>> Suoneria

dipende: per gli amici All my friends degli Lcd Soundsystem, per i miei Wave of mutilation dei Pixies, per il lavoro Cry me a river di Justin Timberlake, per la compagna Tears dry on her own di Amy Winehouse

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| JunkiePop | at 12:21 AM | Permalink | 2 comments
Wednesday, May 14
10 donne in 10 film
Quello che più amo, da essere di sesso maschile, nei film è quando una parte femminile si prende la scena. Ora, negli anni andati ce ne sono state di parti femminili memorabili ma mai quanto negli ultimi 20 anni è cresciuta e la caratura e lo spessore di queste interpretazioni, vuoi perchè il ruolo dell'uomo factotum era arrivato un po' al limite estremo vuoi anche perchè (secondo me) il materiale umano, negli ultimi anni si presta parecchio a farne personaggi a tutto tondo.
I miei dieci (molto personali) personaggi cinematografici femminili
(il che non implica il termine oggettività o qualità o whatever, implica l'essere icone, punto. Degli ultimi vent'anni)

Abigail Whistler (Blade Trinity)
Figlia di Whistler e aiutante in vice di Blade, è un puro caso che sia interpretata da Jessica Biel, armata di arco, scarpe con lama retrattile e poi l'autonomia di un personaggio femminile talmente (ma talmente) coatto da far sembrare la Trinity di Matrix una concorrente per il torneo di Backgammon del rione. Come vicina di casa sarebbe l'ideale.

Margot Tenenbaum (I Tenenbaum)
E penso che sia uno dei pochissimi casi in cui basterebbe scrivere il nome, autentico personaggio, parlante e/o silenzioso, lo stile che si unisce al fatto che accidentalmente sia interpretato da Gwyneth Paltrow, che trova il suo reale alter-ego. E' il simbolo dell'alternativa che non pensavamo esistesse ma che in fondo c'è.


Carla Jean Moss (Non è un paese per vecchi)
E sì in parte è grazie al romanzo di McCarthy se poi Carla Jean ha più un significato più intrinseco che come manifestazione di immagini. Il che se comunque viene rappresentato da Kelly MacDonald, di lingua scozzese a cui applica un texano che nel suo essere lagnoso e petulante diventa adorabile, come dicevo tempo fa "io cambierei nome in Llewelyn solo per sentirglielo dire 30 volte al giorno". E' la compagna petulante, quella che ci amerebbe in maniera incondizionata e ci rimboccherebbe anche le coperte se solo glielo permettessimo.

Becky (Clerks 2)
E' un po' l'idealizzazione di qualsiasi lieto fine, la migliore amica che si scopre essere qualcos'altro e tutto va bene e tutti ballano e cantano. Ecco lei poi insegna anche a ballare a Dante sul tetto del ristorante e insomma un po' ci fa bene. Credere che esista il lieto fine dico, e quindi in un certo senso il ballo i canti etc etc. Ah tutti poi a pensare che sia interpretata da Rosario Dawson. Dettagli.


Baby FireFly (La casa del diavolo)
E' stata la prima volta che ho temuto per la mia moralità, lei e la sua famiglia mi hanno fatto fare il tifo veramente (ma veramente) per i cattivi. La FireFly de la casa del diavolo è la messa a punto di quella della casa dei mille corpi, meno lolitesca e zoccola, più fondamentalmente assassina e con un fine ultimo di male che difficilmente poteva essere credibile sul viso di una bionda con pose da pin up. Poi oh, esiste Sheri Moon e avviene anche il miracolo

Lelaina Pierce (Giovani Carini e disoccupati)
E' forse il personaggio più monodimensionale e senza particolari attenzioni da lasciare che verrebbe da dire (sulla carta): Perchè? Perchè è il personaggio Winona Ryder a tutto tondo, nevrotica, indecisa e fortemente lunatica. Senza direzione ma ad una con quel viso così, foss'anche una che picchia gli anziani non concedereste tutto?

Charlotte (Lost in translation)
Perchè in fondo nell'immaginario di noi (soprattutto) uomini c'è quest'idea dell'incontro che poteva cambiarci la vita oppure della persona che non sta con noi ma che noi capiremmo benissimo. Ecco, Charlotte è stato questo, Just like honey e uno dei più bei finali del cinema degli ultimi vent'anni. Trovate un motivo per cui non dovrebbe essere un'icona ma a livello di Elvis eh.


La principessa Leia (Guerre stellari)
E' una Whistler ante litteram ma con i laser e di classe, del resto oh, era principessa. Vive una progressione di stile da talare a militare fino a terminare con uno dei costumi più (Dio perdonami) arrapanti e sensuali della storia del cinema. Per la serie che se trovate qualcosa di più vi batto le mani. Poi Carrie Fisher l'avete presente? E' più bassa del vostro ginocchio, eppure spessore tanto, e pure Jedi. Mica cazzi.

Maggie Fitzgerald (Million dollar baby)
Ed è anche e soprattutto perchè da Eastwoodiano di ferro è forse il film che amo di più, il primo con una protagonista femminile che tenesse testa a Clint anche davanti la macchina. Io la Swank per inciso non la venero particolarmente ma quando si raggiunge uno stato di grazia del genere, quando si muovono così i piedi, come i pugili, quando si serve ai tavoli, quando comunque si riesce a rimanere donne e femminili mentre si boxa, beh chapeau.

Geum Ja-Lee (Lady Vendetta)
E' la vendetta dietro un viso dolce, e oltre Kill Bill non è che se ci pensate ci sia poi questa quantità di film con possente dose di violenza e protagonista femminile. Geum Ja si fa ricordare anche per le sue memorabili quotes, mandate a memore come quelle di Bruce Willis o Samuel L. Jackson. Un perchè ci sarà.

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| JunkiePop | at 12:31 AM | Permalink | 9 comments
Tuesday, May 13
everybody will ask what became of you
Non so se ci ho preso gusto a sta roba dell'ascolto scritto per tracce, o forse sì, è solo che a volte capitano dei dischi per cui non è semplice oggettivare un giudizio, permearlo su tutta la durata. Per quello sono pagatii i giornalisti, cosa che io non sono.
Il fatto è che Narrow stairs è un disco dei Death Cab for Cutie quindi già di per sè un piccolo evento, in più di transizione, bello, difficile quasi (che per i Death Cab assume quasi un valore di ossimoro dire una roba così) ma splendido da affondarci le mani dentro.
Ps sì Pitchfork gli ha dato 6.0 e neanche lo linko, però Pitchfork ha dato 5.2 (se non sbaglio) a Sky blue sky, quindi non è detto che abbia sempre ragionissima eh

- Bixby Canyon Bridge: inizia con un timbro così, tra chitarre a mandolino quasi Mogwai e la voce di Gibbard, quale trademark migliore possa esserci per un disco dei Death Cab allo stato attuale non ne ho idea. Il cambio è netto da metà brano, c'è la cosiddetta stranita, la voce da eterea diventa filtrata e diventa un pezzo rock con tutti i crismi, senza ritornello e con una coda loop direi quasi Sonic Youth-iana

- I will possess your heart: me la vedo già su Reason, la traccia di basso che gira un loop Joy Division, la batteria e le tastiere, la voce entra (a questo punto a sorpresa - perchè in fin dei conti uno strumentale ci stava anche) dopo 4 minuti e 32, e Gibbard cantando you've got spend some time love, you've got to spend some time with me, aggiunge il suo di loop, senza cambi di ritmo e mantenendo il pad sempre uguale a sè stesso sbuca fuori il ritornello, dopo 7 minuti di canzone, in chiusura praticamente. Sono queste le canzoni che fanno grandi i Death Cab, ti viene in mente quando è finita (l'osservazione, dico)

- No sunlight: dopo due brani così si arriva al brano scanzonato Death Cab for cutie, che nel suo è un altro trademark per il 90% dei gruppi chiamatisi (da soli) indie. Se l'originale è sempre meglio ecco, No sunlight ne è il teorema. Che il pop è semplicità è una cosa difficile da ricordare.

- Cath: dall'intro sembra un brano dei Built to Spill, magari da Perfect from now on, la costruzione segue infatti l'old school e senza dubbio è il brano in questo più emozionante dell'intero lavoro. Nel suo essere genuinamente antico, nel suo essere modesto nel richiamare, nel suo essere vero. Ecco, vero è la parola giusta.

- Talking Bird: è la canzone che potete mettere nelle compilation per la morosa, sicuramente, non anthemica come molte altre ballad mixtape oriented ma concettualmente siamo lì. Non cercateci dentro un ritornello da cantare, perchè non c'è. Ma è il pensiero quello che conta no?

- You can do better than me: in un disco DCFC non può mancare la classica marcetta, sembra quasi un pezzo di Badly Drawn boy di quelli da colonna sonora, un organo ogni tanto esce fuori a farsi vedere, quasi a decontestualizzare l'arrangiamento ma a noi su queste cose non ci si frega. E' pur sempre la marcetta Death Cab, no?

- Grapevine Fires: con tutto l'amore è una di quelle canzoni talmente stronze che non ce le meritiamo, davvero, e che forse il fatto che O.C. possa essere stato un danno lo fanno rivenire in mente. Sciatta, buttata lì e paracula nel senso più infastidito possibile. Dai su. Un brano lento con coretti così se lo fa Ryan Adams lo martoriamo e ai Death Cab niente?

- Your new twin sized bed: E'la canzone cinematografica del disco, quella che ci mettete vicino le vostre azioni della giornata e anche se un uccello vi caga in testa è tutto biondo bello e buono, qui esce la maestria della scrittura e l'ispirazione che nel brano precedente ci avevano fatto esplodere in un chedumaròn, sembra non finire mai, vorremmo non finisse mai, anzi. Forse è più giusto dirla così.

- Long Division: che è un po' un segnale della nuova direzione quasi rock dei Death Cab, a partire dall'intro basso e batteria, chitarre cariche sul ritornello e un filtro straniante sulla voce. Occhio che è una direzione affascinante se la prendono. O se hanno il coraggio di lasciarsi dietro un po' di cose.

- Pity and fear: fa scopa con il brano precedente, parte con percussioni che neanche Peter Gabriel, e un duello voce chitarra che si aspetta detoni da un momento all'altro. E' l'ulteriore dimostrazione che il gruppo stia cercando vie nuove sicuramente ardue, e che la cosa gli riesca più che bene

- The ice is getting thinner: tirate fuori i fazzoletti.

Death Cab for Cutie - No sunlight (demo) (Mp3)

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| JunkiePop | at 12:23 AM | Permalink | 2 comments
Monday, May 12
treni e famiglie
La cosa migliore per Il treno per Darjeeling è attaccarsi, mani dita e unghie a quel The Royal Tenenbaum che ha mietuto (giustamente e in maniera più che altro ovvia) vittime tanto da divenire un punto di riferimento più in senso evocatorio che in senso stilistico.
Non dimenticarlo, attaccarcisi come un koala.
In materia tecnica, nessuno, sottolineo nessuno ha cercato di fare proprio, o azzardarsi ad abbozzare lo stile di Wes Anderson. E quando è così, quando nessuno prova minimamente a giocare sul tuo campo, al paese mio vuol dire che beh, quello che sei riuscito a fare in questi tre film è quanto di più difficile da riprogrammare e decodificare. Roba da grandi, insomma. Il treno per Darjeeling ha partita vinta dove la avevano il precedente Tenenbaum e il gioiellino Steve Zissou, i personaggi di Anderson diventano Personaggi con la P dopo neanche un quarto d'ora, delineati nei tic quanto nelle loro sfaccettature, negli sguardi e stabiliscono fin da subito una coerenza di linguaggio e azioni su cui sceneggiatura e macchina gioca dall'inizio alla fine.

Tema centrale la famiglia ed eventuali ricongiungimenti per l'ennesima volta, più come momento Karmico, risolutorio, chiave di volta che come momento di raccoglimento e memoria.
Come nel viaggio in treno, Anderson si accomoda dietro la macchina, si innamora di carrellate (e ne fa una da capogiro nel finale in cui fa diventare il cinema quadri da esposizione) e diventa egli stesso spettatore, senza particolari acrobazie, senza gettare fumo negli occhi, senza questa volta ricorrere a personaggi femminili da far girare la testa anche nei loro silenzi (perdonate ma per me la Portman ha caratura parti a un barattolo di ceci vuoto, ormai è un birignao di sopracciglia e poco altro); se la gioca tutta all'interno delle dinamiche tra Schwartzman (che sembra essersi scritto la parte addosso, e infatti è così dato che è una delle sei mani che hanno scritto il film con Anderson stesso e Roman Coppola), Owen Wilson che fa Owen Wilson e Adrien Brody (che a trovargli un difetto è un po' il personaggio più debole della catena, ma che esce nitidamente da La sicurezza degli oggetti di A.M. Homes, quindi lo si apprezza).
Il tema del viaggio poi ricorrente ed evocativo nel cinema più di allora che di oggi, qui in particolar modo, perchè viaggio in India, a cui quindi va ad aggiungersi una faccia di spiritualismo accennata e tagliata addosso su misura da qualcun altro che ne sa di più, un incontro in terra straniera che "Deve funzionare" che allo stesso tempo lo legittima e lo delegittima come l'utilità di uno specchietto per le allodole.

Anderson sa che non cambierà niente, sa che i suoi viaggi, le sue liti da condominio e le sue avventure non sono autentiche chiavi di volta, sono pieghe di tempo che qualcuno decide di vivere in maniera differente e in cui dire cose. Che poi siano "cose" rivelatorie, accessorie o effettivamente fondamentali per andare avanti è un altro conto. C'è il viaggio, "cose da dire" e delle valigie da lasciare indietro, metafora un po' debole ma alla fine non è che accompagnassimo anche noi in viaggio abili pensatori del 900, e quindi anche qui va bene così e poi volete mettere quanto sia davvero conclusiva ed eloquente quell scena lì; quando la vedrete poi mi dite. Rimane come Anderson si confermi come l'unico regista di film che in soldoni parlino di nulla ma che sembra possano cambiare la vita, e che come in fondo il treno per Darjeeling lascino quel sapore dolce da mandorle caramellate in bocca. Una sensazione di grandissimo cinema e di un linguaggio veramente nuovo e imparagonabile con nulla ma che ha la chiave di volta non solo in chi lo predispone ma in chi lo vive, lo ascolta e ci viaggia su. Anderson, sostanzialmente è uno di noi che fa cinema, certo più talentuoso, certo, nessuno di noi probabilmente arriverebbe ad immaginare limonate dolci o spray al pepe ma nel nostro piccolo anche noi se avessimo sospeso il tempo, nel migliore dei nostri sogni lo avremmo sospeso così.
Magari avremmo portato meno valigie. Ecco questo sì.

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